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Chiedo scusa

 Chiedo scusa a tutte le persone della mia vita a cui non ho mai dato davvero piena fiducia, anche quando non avevano ancora fatto nulla per meritarlo. 

Chiedo scusa a tutti voi che ho fatto entrare nella mia vita, ma soltanto un po', mantenendo sempre un passo di distanza. 

Chiedo scusa per avere logorato le cose dal principio iniziandole, ma cronometrando il tempo in cui ci saremmo detti addio. 

Chiedo scusa a me stessa per non essermene mai resa conto prima, ma chiedo ancora più scusa per non poterne fare a meno. 

Chiedo scusa a voi, a me, a ciò che abbiamo vissuto insieme, a ciò che è stato, a ciò che sarebbe potuto essere. 

Chiedo scusa, anche se forse per voi è tardi per perdonarmi, ma forse non lo è per me.

Cotta

La prima volta che sono andata in giro a dire che provavo dei sentimenti verso qualcuno è stato verso la fine delle elementari.
In realtà non era vero, non mi piaceva, non provavo niente per lui.
Lui era un bambino della mia classe biondo e probabilmente con gli occhi azzurri.
Era quello che probabilmente da adolescente sarebbe diventato un belloccio.
Non sono mai andata matta per i bellocci. In realtà credo di averlo scelto in quanto aveva attirato l'attenzione di una mia amichetta.
Non volevo assolutamente rubargli il ragazzo di cui era cotta, non mi interessava neanche dire niente a lui, non mi sarebbe mai interessata avere il fidanzatino, volevo solo omologarmi.
Anche io volevo la mia “cotta”.




Grazie al cielo le elementari sono finite e sono andata alle medie. Anche lì, sinceramente, non c'era nessuno che aveva attirato le mie attenzioni amorose, ma, dopo la confessione di una mia compagna, mi ero infatuata piano piano del mio compagno di banco.
Non so se mi sarebbe mai piaciuto se non avesse precedentemente attirato le attenzioni della mia compagna (che aveva lasciato la nostra scuola poco dopo avermi confessato il suo segreto).
Il fatto è che la mia infatuazione è andata avanti per tutte le medie.
Il problema è che probabilmente lui poi l'ha scoperto.
Il problema più grave era che sembrava darmi corda.
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Per la prima volta, con lui, avevo davvero sentito quelle emozioni che fino ad allora avevo soltanto finto di sentire.
Pensavo sempre a lui, volevo stare sempre con lui e non mi ricordo più esattamente che cosa sentivo, ma ho un flash di una giovane me saltellante con una mia amica mentre le stavo parlando con lui.
Eravamo vicini di banco, lo siamo stati per un po'.
Non sono mai stata troppo socievole, ma con lui mi trovavo bene.
Mi ricordo ancora quando, durante Inglese, con davanti un testo sulla città di Miami (letta “maiemi”), si era girato verso di me e continuava a leggermi, così come era scritto, “miami?”, “miami?”, “miami?”.
Fuori probabilmente mi intonavo benissimo con un pomodoro, o meglio, con un peperoncino rosso e molto piccante; dentro di me stavo gridando “sì”.


Anche con lui tutto si è risolto con un nulla di fatto.


Alla fine delle medie sono uscita senza avere ancora mai baciato seriamente un ragazzo, ma con un “ottimo” come voto in pagella.


Il bacetto all'asilo non l'ho mai considerato, ma da quel momento in avanti, ne ero sicura, il successivo bacio che avrei ricevuto sarebbe stato il mio reale primo bacio.

Sono una ragazza


Sono sempre stata convinta che fino ai 17 anni i ragazzi non mi abbiano mai guardata nel modo in cui avrebbero dovuto guardarmi.
Non che non mi vada bene essere amica di esseri umani con cromosomi XY, ma preferisco di gran lunga essere sia amica che considerata una donna interessante.

Mi è tornato alla mente che in prima elementare c'era un altro bambino, un bambino di quinta, che, per ciò che un bambino può permettersi di fare, si era innamorato di me.
Ne avevo parlato con mia madre o in qualche modo lo era venuta a sapere tanto che si diceva preoccupata che un bambino più grande di me si interessasse in quel senso nei miei confronti (in effetti, aveva quasi il doppio della mia età).
Non mi pare ci sia stato niente tra di noi.
Nessun bacio, nessuna coccola.
Non mi piaceva e l'avevo rifiutato.
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Lui, dopo un po', mi sembra che avesse smesso di insistere e io non volevo.
Non ho mai detto di essere normale.
Quando durante l'intervallo eravamo in giardino insieme facevo la smorfiosetta, se così mi si poteva definire.
Con la scusa del caldo, davanti a lui mi toglievo il maglioncino dalle spalle in modo sexy per attirare l'attenzione su di me.
I ricordi sono un po' confusi di questo periodo, ma mi sembra che non sia successo niente tra noi.

Non mi ricordo a chi e non mi ricordo quando, ma probabilmente in quel periodo un giorno, spinta da non so cosa, forse esibizionismo, avevo tolto e spostato le mutandine che indossavo e, alzando la gonna, avevo mostrato per la prima volta i miei genitali.
Nessuno mi aveva toccata, nessuno ha fatto nient'altro che guardarla, come se fosse la cosa più interessante del mondo.

Brava

Mi sono sempre distinta per bravura a scuola, non per popolarità simpatia o sex appeal.
Sono arrivata in prima elementare che sapevo già scrivere e leggere in stampatello maiuscolo e minuscolo.
Ero più avanti degli altri bambini e ne andavo fiera, non da diventare snob, ma dentro di me forse un po’ lo ero.

Crescendo ho capito che non era normale avere la maestra che ci metteva le mani addosso, ma allora, essendo il primo approccio al mondo scolastico, sembrava normale.
Capelli tinti rosso fuoco, naso adunco come quello di una strega, mani lunghe, magre, affusolate che colpivano i miei compagni ogni volta che facevano qualcosa che non andava.
Io sono sempre stata una brava bambina e non le ho mai dato motivo di colpirmi fino a un giorno, l’unico in cui anche io sono stata colpita dietro la nuca da un suo colpo.
Mi aveva poi chiesto scusa in quanto mi ha spiegato che mi ha colpito in quanto innervosita da il comportamento di un altro bambino e, per non prendersela solo con lui, quando ha letto sul mio quaderno una parola scritta con una doppia sbagliata è impazzita e mi ha colpita.
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Io, sempre stata estremamente sensibile, ci sono rimasta estremamente male, ferita nel profondo.
A ferirmi probabilmente non è stato solo il colpo arrivato da dietro all’improvviso, ma tutto quello che c’era dietro e le urla che mi sono arrivate addosso.
Ho sempre odiato essere sgridata, ho sempre odiato quando qualcuno mi urla addosso.
Forse è un problema mio, del mio cervello, forse quell’episodio è stato di aiuto in questa cosa, ma ho sempre avuto problemi con le doppie. Per quanto possano dire che si sente recitando le parole ad alta voce, io non ho mai sentito una differenza di pronuncia così palese nelle parole con le doppie meno usate nella vita di tutti i giorni (e anche su quelle, ogni tanto, assale qualche dubbio).

La maestra di Matematica, invece, era una specie di folletto, o almeno così mi è sembrata le ultime volte che l’ho vista su un autobus molti anni dopo. Con i capelli corti e neri, una corporatura esile anche per la sua bassa statura (sembra una prerogativa delle insegnanti delle scuole di primo grado essere basse, o sbaglio?), aveva ben poco di femminile. C
he io abbia saputo non aveva figli, però aveva tutti noi, suoi studenti, e con lei ho iniziato, credo, a dare libero sfogo alla mia fantasia in quanto si occupava di farci fare anche tutti quei lavoretti che di solito i bambini portano a casa durante le feste.
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La mia vena artistica si è presentata in prima elementare quando ho partecipato a un concorso scolastico di pittura.
Non mi ricordo se c’era un tema di fondo o era a tema libero.
Avevo disegnato un acquario o uno stralcio di vita marina.
Acqua che scorreva con le sue sfumature più chiare o più scure e tanti pesciolini che nuotavano felici nella corrente.
Ovviamente il disegno era grezzo, semplice, il disegno di una bambina di sei anni, ma tanto era piaciuto ai giudici che avevo vinto il primo premio di quel concorso portandomi a casa un paio di pattini a quattro rotelle e, mi sembra, la cassetta VHS dei Pokemon.

Se c'è qualcosa su cui puntare, quello siamo noi stessi

Confesso che è da un po' che non scrivo più.
Un bel po'.
Più di quanto sembri.
Ho così tanti scritti in bozze che, in qualche modo, potrei continuare a pubblicare per un po' vivendo, se così si può dire, di rendita.
Ma una parte di me fa resistenza anche in questo.
Non capisco cosa sia, non capisco il perché.
Fatto sta che prima stavo così male e nella scrittura trovavo il mio unico modo di sfogarmi, di tirare fuori ciò che avevo dentro, di fare ordine nella mia testa e nel mio cuore.
Non riuscivo ad aprirmi e a parlare con qualcuno di senziente e trovavo nella carta e nella penna il mio più valido alleato.
Una parte di me, lo ammetto, ha paura di non esserne più capace.
Una parte di me teme, anzi, ha fottutamente paura di non riuscire più a scrivere.
Non so, anzi, non sento più quel flusso di pensieri a volte concreto, ma sempre filosofeggiante, che con parole che fluivano, che sgorgavano dal cuore per sentirsi meglio e che, in un modo o in un altro, magari avrebbero portato qualcosa anche nella vita di chi avrebbe letto, se qualcuno avrebbe mai letto,
Confesso che sono partita a scrivere e ho continuato a scrivere sempre e solo per me.
Non so se sia egoista, non so se sia sciocco, ma ogni volta che mi sono messa a scrivere l'ho fatto per me, perché me lo sentivo, perché sentivo che mi avrebbe fatto stare meglio.
Non so neanche se qualcuno davvero si metta a leggere ciò che scrivo.
La maggior parte delle volte, se non quasi sempre, quando scrivevo erano parole piene zeppe di emozioni, di sentimenti che non riuscivo a tirare fuori in altro modo.
Ero sempre così piena di rabbia, di tristezza, ma a volte anche di speranza.
Non so se non scrivo più perché non sento più quelle sensazioni, quelle emozioni forti che provavo, diciamo, quando ero più "giovane".
Anche se non ha molto senso: vi confesso che ho sofferto molto e ho anche gioito molto in questi anni.
Perché sì, si parla di anni, mi pare, anni in cui non scrivo niente di nuovo.
Dov'è finita "La Ragazza Che Scriveva Troppo".
Sto andando avanti a studiare, sto lavorando, mi tengo impegnata con molte attività (dopo anni mi sono finalmente iscritta in piscina, nonostante quasi metà corso sia saltato da inizio quarantena).
E se ci riprovassi?
Nessuna promessa, né con me né con nessun altro, ma se riprovassi a mettere giù qualche parola? Qualche pensiero?
Ultimamente ho puntato forse più sulle persone, sulle chat anche, mezzo di cui non vado matta e i cui messaggi, più che altro, trasformo in missive.
Forse non sono state del tutto sprecate quelle parole, ma sarebbe bello anche conservarle e condividerle qui in modo che, motivo per cui questo spazio è nato, io abbia sempre uno specchio in cui affacciarmi, conoscermi e riconoscermi, capire e capirmi oltre che evolvermi, possa anche un domani ritrovarmi e sapere dove farlo.
Perdiamo tanto tempo nella nostra vita, se c'è qualcosa su cui puntare, quello siamo noi stessi.

Aurea di purezza


I miei ricordi incominciano a farsi un po’ più nitidi con la scuola materna. Non ricordo esattamente cosa stesse accadendo in quel periodo all’infuori dalle mura del mio asilo, ma ricordo benissimo cosa accadeva all’interno.
Da adulti si guardano i bambini e si vede in loro un’aurea di santità e purezza.
Non so se sono stata io una bimba anomala o se sono gli altri che non riescono più a ricordare che cosa succedeva ai loro tempi.
Avevo il mio gruppetto di amichetti con cui adoravo giocare con la sabbia e correre in giardino.
Avevo una migliore amica che da lì in avanti non ho mai più sentito e anche una specie di primo fidanzatino con cui poi ho fatto anche tutte le elementari.
Risultati immagini per coppia di bambini tumblr
Non mi ricordo come è iniziata, ma i fatti sono che in classe c’era una casetta in cui giocare e lì, a parte il probabile primo bacino a stampo dato da quel bimbo, per la prima volta ho mostrato il seno a una persona dell’altro sesso che non fosse della mia famiglia o un medico.
Per la prima volta ho mostrato una parte intima di me in modo malizioso.
Mi ricordo ancora come quel bambino aveva avvicinato le sue labbra, la sua bocca al mio seno.
E succhiava.
Mordeva.
Il risultato fu una crosta sul petto che mi sono portata avanti per settimane.
Mi aveva “coccolata” per chiedermi scusa di quella ferita.
Ho cercato di nasconderla a tutti, ma avendo al massimo cinque anni, il mio corpo piatto e nudo era stato ben presto visto da mia madre mentre facevo il bagno.
Alla sua richiesta di spiegazioni avevo abbozzato una confusa e imbarazzata spiegazione su come mi ero grattata troppo forte.
Non ho mai saputo che cosa abbia capito di quella storia mia madre e credo sarei morta dall’imbarazzo seduta stante se qualcuno avesse ipotizzato qualcosa che anche solo lontanamente si avvicinasse alla verità.
Puntavo sul fatto che gli adulti vedono nei bambini delle creature pure e immacolate.
Non riesco a darmi una spiegazione di cosa successe esattamente quel giorno tra me e quel bambino e del perché facemmo quella cosa.
Comunque da quel momento in avanti è stato il mio “primo fidanzatino”, o forse lo era stato anche prima.
Le nostre madri si conoscevano ed eravamo riconosciuti come “coppietta” da loro.
Troppo spesso la mia faceva battutine che mi hanno probabilmente traumatizza e creato perenne imbarazzo nel parlare di “cose di coppia”.

Venuta al mondo


La mia storia inizia in una sera di Primavera.
Venuta al mondo in una famiglia già logora, la situazione non ci ha messo molto a peggiorare.
Come spesso mi ha ricordato mia madre durante la mia vita, la probabilità più accreditata della fine che avrei dovuto fare sarebbe stata essere un aborto.
Si erano ripromessi di non rischiare di mettere più al mondo qualcuno come mio fratello.
Mio padre, poliziotto, è durato solamente una dozzina di anni dopo la mia nascita, dozzina di anni in cui la mia esistenza è sempre sembrata di troppo.
Violenza domestica, quella a cui ogni giorno dovevo assistere.

Avrò avuto tre o quattro anni e, anche se mi hanno cercato spesso di convincere che fosse impossibile ricordare episodi accaduti mentre si è così piccoli, ricordo ancora, come se li stessi vedendo davanti ai miei occhi, degli episodi.
Quello che più di tutti mi torna alla mente è quello in cui una piccola bambina dai capelli neri e riccioluti si nascondeva sotto l’asse da stiro, il posto che vedeva come più sicuro nei dintorni.
Intanto un uomo grande e grosso, soprattutto agli occhi di quella bambina così piccola, gridando si avvicina minaccioso verso una donna magrolina. “Vai a farti mangiucchiare le tette dal tuo capo, eh?” le grida addosso l’uomo.
E continua, continua a gridare, sputare, sudare addosso a un essere umano che, con lo sguardo impaurito, non sapeva come reagire.
Gelosia, manie di persecuzioni, pazzia.
Minacce di morte.
Il contributo per la nostra famiglia di quell’uomo con cui condivido i geni è sempre e solo stato essere un violento, dormire tutto il giorno, lamentarsi di ogni cosa e stare chiuso in bagno per ore e ore.

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Non ho nessun ricordo di quei tempi in cui siamo sembrati, almeno in apparenza, una famiglia felice.

Quella donna che è mia madre, così piccola fuori non vedeva via di scampo, ma dopo qualche anno è riuscita a liberarsi di quell’uomo.
Di certo non invidio la sua storia, ma provo un certo orgoglio a sapere come sia riuscita a tirarsi fuori da una situazione di merda del genere da sola.
Mia madre non ha mai potuto contare sul sostegno di nessuno, neppure su quello di sua madre.
Mia nonna, donna del sud, ha sempre voluto tenersi fuori da qualunque questione più complicata del cosa cucinare per il pasto successivo.
Quasi ossessivo il suo dovere sempre fare qualcosa in casa, dal cucinare, al pulire casa fino all’annientamento dell’ultimo granello di polvere.
Per la legge del contrappasso la casa di mia madre è sempre stata disordinata con l’apice da quando mio padre se ne è andato quando per passare da una stanza all’altra bisogna saltare ostacoli fatti da inutili cianfrusaglie che non hanno mai abbandonato la casa.

Risultati immagini per cavarsela da sola

Non mi ricordo quanti anni avevo quando mia madre ha ottenuto la separazione da mio padre, ma ero di certo piccola in quanto non ho molti ricordi nitidi di quei tempi. Ai tempi avere i genitori separati non era una cosa molto diffusa e mi vergognavo di non avere una famiglia “normale”.

Il giorno in cui ho imparato a volare


Ho passato tutta la mia vita a cercare disperatamente la felicità.
E forse è stato proprio questo il problema.
Fin da piccola ero fissata con il fatto che tutti dovevano essere felici e soffrivo enormemente nel vedere qualcuno triste.
Mi hanno etichettata come emotiva, sensibile, fragile, e con queste etichette sono cresciuta.
All’età di 5 anni, mi hanno raccontato, avevo passato due ore sul ciglio di una strada dove c’era un piccione morto, travolto probabilmente qualche decina di minuti prima da qualche macchina.
Mi ero impuntata sul fatto che avrebbero dovuto chiamare un’ambulanza. Non mi sono mossa da lì fino a quando, mentendomi, mia madre mi ha assicurato che sarebbe arrivata da un momento all’altro, ma noi saremmo dovute andare via prima così che avrebbero potuto salvare l’animale.
Io acconsentii smettendola di piangere per quell’animale che aveva lasciato questo mondo molto prima di incontrarmi.
Immagine correlata
Iniziata la scuola le mie etichette mi sono incominciate a pesare come macigni, come il mondo sulle spalle di Atlante.
Troppo sensibile ai soprusi, troppo sensibile per una parola di troppo, per una critica, divenni ben presto la vittima ideale per i giovani bulli.
Come un bersaglio dal centro grande come un transatlantico, riuscivano sempre a beccarmi nel profondo.
Ho perso il conto di quante volte sono sparita dalla classe e mi hanno ritrovata rinchiusa in un bagno a piangere.
Tante lacrime accarezzavano le mie guance quante sono le gocce nel mare.
Cosa c’era di sbagliato in me?
Ancora non l’ho capito.
Ed inutili le dolci parole delle maestre e di mia madre quando mi dicevano che il problema erano loro e non io.
Ma perché a me?
Questi pensieri non mi hanno mai lasciata, neanche ora che sono protesa sulla città con il vento mi ferisce il viso e le lacrime che si confondono nella pioggia.

____________________ Pensieri più letti della settimana ____________________

_____ Da che parte del mondo arrivano coloro che partecipano a questi pensieri? _____

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